Esperienza Foggia Emmaus

venerdì 17 agosto 2012
Esperienza Foggia Emmaus


Non mi sarà facile tradurre emozioni e sentimenti in parole, sia per scarse conoscenze grammaticali, ma in particolare perché credo che nessuna parola di nessuna lingua possa rendere al meglio ciò che  stata la nostra esperienza alla comunità di Foggia-Emmaus.
Anzitutto c’è da dire che il ritorno a casa è stato un po’ traumatico, in quanto in quei dieci giorni si sono iniziati a creare dei legami forti che hanno reso  il gruppo molto più coeso e unito, e poi perché inizia la secondo parte dell’ esperienza, che forse è anche la più difficile, il non rendere vano tutto, cioè far si che ciò che si è vissuto non si perda come una moneta in una tasca bucata. E’con la testimonianza viva, la testimonianza dei fatti non solo delle parole che il tutto assume un senso.
Non nego che più si avvicinava il giorno della partenza più preoccupazioni e paure aumentavano. Come dovrò comportarmi? Cosa dovrò dire, cosa non dire? Cosa fare, cosa non fare? Quesiti del genere si proponevano con insistenza nella mia mente.
Allogiavamo alla “Comunità educativa, teraupetica, riabilitativa residenziale”, in cui vengono accolti adulti provenienti da situazioni di tossicodipendenza o alcolismo. La “Comunità sulla strada di Emmaus” si compone anche di un centro aperto polivalente per bambini, preadolescenti, adolescenti,  la “Casa del giovane” e di un centro di accoglieza per minori stranieri extracomunitari, il “Viallaggio don Bosco”.
Le giornata si svolgevano in maniera abbastanza semplice ma in quella semplicità abbiamo trovato grandi ricchezze.
 Dopo la preghiera della mattina ci separavamo per i affiancare gli ospiti della comunità nei loro lavori giornalieri, la loro voglia di riscatto, il far vedere che sanno fare qulcosa, che oltre la tossicodipendenza sono qualcuno era evidente. Durante i lavori uno di loro ha detto :”L’ uomo che chiede aiuto è l’ uomo più forte del mondo”. Si va in comunità perché si scopre dentro di se tale, che porta l’ individuo a comprendere di aver sbagliato e di voler rimediare ai propri errori, ci si va per propria scelta, per propria volontà. È anche però palpabile la fragilità dell’ essere umano, la paura di sbagliare di nuovo, perché lì c’è anche chi in comunità  è ritornato, perché anche in questo caso il difficile è il ritorno a casa.
L’ eperienze al campo rom, al “ghetto”, e al “Villaggio don Bosco”, hanno tutte un minimo comune denominatore: non è facile accorgersi dei veri bisogni delle persone .
 Il  “ghetto” è  una piccola “cittadina”, senza la tipiche strutte politiche comunali, costruita e abitata da extracomunitari. Case di cartone, senza acqua corrente e servizi igienici. C’è chi ha aperto un bar, chi un ristorante, chi raccoglie pomodori,chi come padre Arcangelo cerca di dare un piccolo aiuto.  È un aiuto concreto che( va oltre la mera pietà e il buonismo, tipici aspetti di chi rimane solo a guardare), ma appunto interviene, ti fa sporcare le mani, ti fa sudare, (ti fa stancare anche se è una stanchezza relativa perché poi vieni a sapere che raccogliere  pomodori non è proprio come lavorare in un uffico). Lì c’è chi è aperto al dialogo, chi ha fratelli, non di sangue, ma purtroppo anche chi gestisce un piccolo giro di prostituzione e chi ha la musica alta anche di notte.
Al “Villaggio don Bosco” invece c’è chi a 14, 17 anni è diventato già uomo. Lo è diventato lasciando tutto e partendo, attraversando il deserto africano o le impervie catene montuose dell’ Iran, arrivando anche alla conclusione che in Italia forse non ci sarebbero mai arrivati. L’ accoglienza al villaggio avvine a 360° con interventi educativi mirati, con laboratori linguistici, inserimento sociale, facendo sentire il ragazzo a casa propria. Qui abbiamo sperimentato il valore della diversità,  a cena sono state recitate ben tre preghiere diverse, e si è creato un meraviglioso spirito di fratellanza e condivisione.
Le testimonianze dei protagonisti della comunità di Foggia-Emmaus hanno reso la nostra esperienza ancor più ricca, in quanto ci sono state condivise le emozioni di chi la comunità l’ ha voluta, di chi ci opera, e di chi vi è ospite.
 Cofondatore un certo don Michele De Paolis, salesiano di 91 anni, ma con lo spirito ancora fortemente giovanile,  in quanto critico e libero, ci ha esortato  ad agire mediante istinto evangelico, ovvero cercare di fare del bene sempre ogni qual volta ci si presenta la possibilità, senza perderci in inutili chiacchiere e senza i tipici se e ma di chi è ben lontano dall’ essere cristiano ma in realtà si professa in quanto tale.
Siamo stati anche testimoni della sofferenza di un ragazzo, che mediante la tossicodipendenza ha perso la sua identità, e solo in comunità ha riscoperto lati del suo carattere che non conosceva. Molto spesso anche noi siamo soggetti ad un fenomeno simile, legato a droghe sociali o intellettuali, che magari non causano assuefazione o bisogno fisico, ma  comunque occupano totalmente la nostra mente impedendo di pensare ad altro o costituendo un esigenza assoluta, facendoci identificare totalmente con esse. Poco prima del pranzo tenevamo una piccola lectio, in una di esse è stato riportato un appunto di Bruno Maggioni, biblista,: ”Chi punta verso Dio  e si libera dall’ ansia dell’ accumulo e dalla paura di perdere ciò che ha accumulato vede nel mondo e nelle cose un dono di Dio, e vi si accosta, con vero amore, per la loro bellezza e il loro valore” . Il tossicodiepndente lo si vede solo per quello che è, senza andare a fondo, senza comprendere cosa c’è realmente dietro quella tossicodipendenza. Il fermarsi all’ apparenza, il vedere e passare oltre, sono alcuni dei mali peggiori del nostro tempo. È  soltanto l’agire mediante istinto evangelico e puntanto verso Dio che potremo rompere determinate barriere sociali che non ci consentono di riconoscere il vero valore delle cose, delle persone.
Dell’ esperienza di Foggia-Emmaus avremo sempre un vivo ricordo, ed anche nel caso in cui esso si sbiadira, qualcosa in noi sarà comunque cambiato, perché abbiamo assaporato qualcosa di un unico, e sarebbe bello vivere quelle emozioni ogni giorno, ogni momento, e solo quando ciò avverà allora potremo dire che la nostra espereienza a Foggia-Emmausa è conclusa.

Luigi Sergio

 

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